Juniorchestra, buona scuola e educazione

Mi prendo due minuti per pensare a quello che è successo al convegno “La buona scuola”, quello dove un’orchestra di ragazzi ha suonato di fronte a un pubblico di politici accorsi per parlare di scuola ed educazione.

Che fin qui, uno dice “Va bene dai. Solita roba noiosa”.

Poi legge che, mentre i ragazzi suonavano musica di autori di cui fatico a scrivere il nome correttamente, il branco di persone grandi che doveva star lì a sentire, la mandria di politicanti che aveva di sua sponte invitato l’orchestra, ciacolava e dava le spalle ai suonatori come se nulla fosse.

Poi uno guarda il video e per forza di cose gli prudono le mani.

Ma io dico.

Sarebbe semplice dare degli ignoranti a questi “signori”, sarebbe facile additarli come volgari trogloditi senza senso del pudore, sarebbe anche molto liberatorio poterglielo dire in faccia, sicuramente.

Io mi sono fermata a pensare al perché, seriamente, abbiano dovuto comportarsi come bufali autistici in periodo di accoppiamento: rumorosi, affamati, sull’orlo della labirintite, senza un’idea anche abbozzata del loro posto nel tempo e nello spazio circostante.

Perché?

Sarà forse perché l’orchestra non era più importante delle amicizie, delle conoscenze, dei legami che a fatica dovevano costruirsi questi signori individui, assolutamente, in quei 10 minuti di concerto?

Direi di no, non è una scusa valida. Si parlava anche di musica in relazione all’educazione dei ragazzi, quindi no.

Sarà che questi politicanti si sono dimenticati di cosa voglia dire esibirsi di fronte a gente sconosciuta più importante (sulla carta) di te?

Può essere, ma ci va la memoria corta e una preoccupante propensione all’Alzheimer, considerando che loro stessi, in quel momento, cercavano di fare bella figura stringendo mani e offrendo tartine.

Sarà che non li sentivano? Po’ esse. D’altronde, il pensiero “FAI BELLA FIGURA FAI BELLA FIGURA FAI BELLA FIGURA” (oltre a un altrettanto probabile “CHE TETTE”) rimbombava prepotentemente nelle teste di tutti.

Sarà che pensavano che fosse tutto in playback? Po’ esse pure quello, d’altronde sono la nuova guardia della politica, sono giovani, insomma sono cresciuti col festivalbar pure loro.

Ma secondo me il motivo vero è un altro. In una manifestazione dove si parla di cultura (per dio!), di educazione, di come crescere i ragazzi, dall’alto della nostra esperienza da politici quarantenni che abbiamo vissuto una vita piena, sappiamo che i concetti che si presentano nei volantini e sugli A3 sono fuffa.

Il messaggio che deve passare è che noi politici siamo davvero dei fighi, voialtri siete tutti stronzi.

Noi siamo così importanti da poterci permettere di ignorare un’orchestra di ragazzi che a 14 anni sanno fare più cose di quante ne sapremo mai fare noi in tutta la nostra vita. Hanno un bagaglio culturale che noi ci sogniamo, noi che mascheriamo la nostra ignoranza nei salotti buoni a festeggiare l’anniversario dei patti lateranensi.

Noi non possiamo permetterci di farci mettere i piedi in testa da nessuno.

Dall’alto della nostra pochezza possiamo solo ignorare ragazzini che si dimostrano più educati, più acculturati, più grandi di noi.

Se vogliamo dimostrare che tutto ci è dovuto, dobbiamo fingere che dall’alto delle nostre poltrone non possiamo abbassarci ad ascoltare Beethoven.

Fossi stata una dell’orchestra, forse avrei smesso di suonare.

Perché loro non l’hanno fatto? Perché hanno continuato quello che avevano da fare senza farsi piegare dall’onda di pochezza che li stava travolgendo?

Non so, credo si chiami educazione.

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Gretaevanessa e il primo giorno di scuola

Ora che ne hanno parlato tutti e ho potuto leggere un sacco di cose davvero furbe sulla vicenda

(eccone un paio: prendiamoci 20 minuti e impariamo qualcosa

è ora che anch’io dica la mia, consapevole del fatto che in pochi leggeranno queste righe e non cambierò il mondo.

[La farò mooolto breve perché altrimenti scriverei 60 pagine di cose che non interessano a nessuno.]

Purtroppo so che questi preziosissimi consigli non raggiungeranno le persone che ne hanno davvero bisogno, ma dopo giorni e giorni di link, commenti e tweet ripieni di ignoranza sto covando acidità e ho bisogno di esprimerla, come va va.

Mi sembra superfluo far notare che se Greta e Vanessa fossero state Luca e Andrea, tutte le notizione a sfondo sessuale (o sull’aspetto fisico) non sarebbero neanche venute fuori, e Gasparri avrebbe avuto tempo di veicolare la sua totale alienazione dal mondo reale verso l’ennesimo adolescente sovrappeso che ascolta Fedez.

Invece, purtroppo, ci siamo ritrovati a scoprire che le due ragazze forse sono state stuprate (che tanto gli è piaciuto a ste maiale), poi era consenziente, e per finire sono ingrassate, maledette. Altro che prigionia.

Allora, di parole se ne sono già fatte, quindi io vorrei proprio solo dare due consigli a chi continua a credere a qualsiasi notizia del corrieredelcorsaro e, non contento, aggiunge anche commenti personali (del tipo, appunto: se lo sono cercato, dovevano stuprarle, gli è piaciuto, zoccole, ecc).

Questo perché, cari i miei ignoranti cafoni deviati mentali che trovo su facebook e ogni giorno deliziate la mia giornata con lo sterco che riuscite a riversare sull’internet, io in realtà vi voglio bene e vorrei che faceste una figura migliore, quando condividete bufale talmente evidenti che neanche il mio cane ci cascherebbe. E il mio cane si rincorre la coda.

Vorrei farvi notare, stelline di zucchero, che agitarsi (o tifare) per uno stupro di due ventenni, secondo me, mette solamente in luce il vostro gusto malato per il sesso violento e non consenziente che avete imparato a coltivare dopo anni di youporn.

Che notare l’aumento di peso di ste due povere criste che hanno vissuto a pane e spezie per settimane, sotto sotto, è come gridare al mondo “Ragazzi sono così insicuro ogni volta che mi guardo allo specchio, che l’unico modo per sentirmi meno inutile è guardare e insultare l’aspetto fisico di una ragazza, proprio come fanno le 15enni al liceo”.

Vorrei che capiste che, nonostante i vostri 30 – 40 – 50 anni suonati, ogni volta, cadete nello stesso meccanismo del primo giorno di scuola media.

Quel momento cruciale della vita in cui ogni ragazzino (secondo me succede meno con le ragazze, ma comunque succede, eh) è consapevole di valere zero, e l’unico modo per sopravvivere è cercare e additare il prima possibile qualcuno convincendo gli altri che c’è gente più sfigata.

Ecco, vorrei che vi rendeste conto che scagliarvi con questa violenza su due ventenni che hanno avuto il coraggio di scendere dal divano e aiutare della gente che sta morendo sotto le bombe scopre le vostre vere fattezze: un 11enne brufoloso di 40 kg che si fa le pippe e ha così paura di sembrare sfigato che deve denigrare chi gli sta intorno.

Ocio. Lo dico per voi. Che poi magari vi lamentate anche, quando la gente si schifa a stringervi la mano.

Quando la tua opinione non conta un cazzo

Questa cosa del suffragio universale ci è un po’ sfuggita di mano.

Purtroppo ultimamente ci siamo convinti che la nostra opinione conti davvero e che sia indispensabile, perché io che sono cittadino ho diritto di dire la mia, e ciò porta all’irreparabile: dare la propria opinione a proposito dei fatti degli altri.

Dovrebbe essere abbastanza facile da capire, e invece caspiterina ogni tanto non ce ne rendiamo proprio conto, ma la nostra opinione, rispetto alle sciagure degli altri, vale meno di zero.

Se ho avuto una giornata/un mese/un anno di merda, una leccata in faccia del mio cane vale 1K volte di più di un tuo “Secondo me”. 

Intendiamoci, non tutti i secondome sono sbagliati: se preludono a una discussione costruttiva o a un consiglio dato col cuore, possono essere davvero utili.

Ma nel caso in cui percepiste un po’ di brezza alpina passarvi  tra le orecchie, se sentiste il tipico verso dell’aquila reale mentre pronunciate il vostro secondome, allora, care stelline, siete già salite su un bel piedistallo e tutto ciò che state per dire arriverà dall’alto.

E avrà la stessa forma, la stessa utilità e  lo stesso sapore della merda di piccione.

Vorrei anche farvi notare che, sempre parlando del caso #2, se il secondome viene corredato di un bel nonpossocapire avete fatto tombola: in quel caso le vostre parole risuoneranno come uno stormo di gabbiani in cerca di libertà intestinale dopo un pasto a base di pesce morto alla sorgente del Po e arrivato inspiegabilmente fino al mare.

Perché no, non potete capire. Punto. Zero. Io non posso capire cosa dice il mio cane e infatti non pretendo di farci dei discorsi.

Anche perché se gli dico “Secondo me ti devi lavare!” mi risponde abbaiando fortissimo, e credo mi stia dicendo “Fatti i cazzi tuoi valà!”

Ripeto, se cercate di essere utili e di aiutare qualcuno a cui volete bene, queste parole non fanno per voi. 

Se invece volete ricordare a voi stessi quanto siete fortunati a non stare nella pauta fino al collo come il vostro amico lì di fianco, se vi accorgete che prima di parlare prendete fiato e poi tirate un bel sospirone di sollievo,

oppure:

se fate parte di quella categoria che fascicola tutto ciò che sente in uno schedario mentale, nel quale al primo posto c’è il libro: “I cazzi degli altri: come raggrupparli per categoria e quali occasioni sfruttare per sfoderarli e diventare il re della serata – all’interno un inserto sugli aperitivi mondani e un poster delle espressioni migliori per introdurli nel discorso”, ecco, lasciate perdere.

Che di mariedefilippi ne è pieno il mondo.

E come tu hai il diritto di dare la tua opinione (almeno finché io non sarò regina del mondo), così io ho il diritto di sbrigarmela coi fatti miei senza sentire il tuo sguardo da ‘Povera, dai, se fossi io al posto suo avrei già risolto tutto’. 

Perché sto iniziando a pensare che molte persone se fossero al posto di molte altre persone a quest’ora avrebbero già dato di matto, e  correrebbero in giro per il mio paese con una pelliccia addosso, i sandali con le zeppe e un cappellino di giornale tipo muratore a lanciare gatti ai passanti. E io non starei a guardarle dicendo “Secondo me con quella pelliccia ci sta meglio uno stivaletto beige”.

 

Chiedo scusa per il linguaggio scurrile, nè

La grande bellezza: quando un oscar diventa un hashtag (e un’opinione)

Sono settimane che sento dire cose su La grande Bellezza, soprattutto ieri sera, quando mediaset ha avuto la splendida idea di proporre un film chiaramente da cinema sulla rete ammiraglia in prima serata. 

Non sono un’esperta, davvero. Non ho visto tutti i film di Sorrentino. Però certi colpi al cuore ieri sera me li avete fatti venì.

Primo step: perchè non è un film da tv? Perchè se lo guardi al cinema ti godi la (buonissima) fotografia e la (buonissima) regia molto di più che davanti alla tv, particolarmente per questo film. E poi perchè alla tv siamo abituati a Colorado, quindi cambieremo canale subito. E ‘nfatti i commenti più usati ieri sera erano “Eh ma che noia” “Ho subito cambiato canale” ecc.

Lasciamo stare i vari livelli di costruzione del messaggio che hanno i film, anche i più esperti non possono comunque entrare nella mente del regista.

Però sarebbero da considerare, visto che Sorrentino non mi pare sia un deficiente, quindi (riassumendo): o ha fatto dei film stupendi per anni e poi ha improvvisamente battuto la testa e girato “La grande bellezza”, oppure effettivamente ha girato un film che parla di cose pompose, autocelebrative, con la puzza sotto il naso, che risultano noiose e lontane da sè, utilizzando un linguaggio (non per forza verbale) adeguato allo scopo. Non so. Non sono Sorrentino. La butto lì.

Mi sembra che nessuno si azzardi a criticare Tarantino quando il sangue sembra ketchup, mi sembra che nessuno possa pensare che Full Metal Jacket sia un film comico.

Aggiungo che: chi decide gli oscar non è Dio. Arriva da Hollywood, e Hollywood se l’è mangiato il cinema migliore, quello che osannate tutti – però allo stesso tempo non riuscite a stare davanti alla tv fino alla fine del film (qualsiasi film. Anche four rooms sembra noioso in alcuni punti, ma non vederlo fino alla fine è come vedere la Concordia fare il suo saluto all’isola e poi chiudersi in un bunker un minuto prima della tragedia). Quindi non è detto che gli oscar vengano dati a quelli giusti (sì, Leo, sto parlando di te. Probabilmente sono ancora tutti sconvolti da Titanic)

Però è anche vero che l’oscar al miglior film straniero (SECONDO ME) viene dato a chi rappresenta meglio il paese che lo propone, e non credo che neanche i mega giurati degli oscar abbiano capito bene bene cosa cerca di rappresentare Sorrentino, ma insomma: da qui a dire che non si merita l’oscar, o che dovrebbero chiamarlo “La grande schifezza” CE NE PASSA, porca miseria.

Sono opinioni e ognuno ha la sua, però l’Italia ha questo da offrire. 

PS: provate a pensare per un attimo che il titolo del film sia ironico.

O-HOOOO!!! 

 

Non ti crede nessuno

Oggi la radio mi ha dato la splendida occasione di ascoltare due canzoni e fare un gran bel ragionamento.

Le canzoni sono:

Jason Derulo – Talk Dirty e 883 – Come Mai

Cosa lega queste due perle della musica mondiale nate a circa una ventina d’anni di distanza?

Dunque, quello che ho notato io è che in entrambe i cantanti gridano al mondo il loro fascino pazzesco e la loro frizzante vita da bombe del sesso, nonostante siano due roiti di prima categoria  uomini che personalmente non credo possano entrare nella classifica internazionale dei maschioni sexy, quella che una volta la vinceva sempre Johnny Depp e poi non ho capito cosa sia successo alle diottrie delle donne mondiali.

Ok, Max Pezzali ha basato la sua carriera sull’essere uno sfigato che si innamora delle cubiste che non se lo filano, EPPURE:

Gli amici se sapessero, che sono proprio io 
pensare che credevano, che fossi quasi un Dio 
perché non mi fermavo mai 
nessuna storia inutile 
uccidersi d’amore ma per chi. 

mentre invece il caro Jason scrive una canzone insieme a un suo amico in cui sembra che le donne aspettino solo di darci dentro con loro.

I’m that flight that you get on, international
First class seat on my lap girl, riding comfortable
Cause I know what the girl them need, New York to Haiti
I got lipstick stamps for my passport, make it hard to leave

ora, innanzitutto caro Jason vorrei farti notare che “Non parlo la lingua ma il tuo culo non ha bisogno di spiegazioni” è la versione volgare e aggiornata ai nati negli anni ’90 di “Tuo padre è un ladro? Perchè ha rubato dei diamanti e li ha messi nei tuoi occhi” o “Ti sei fatta male quando sei caduta dal paradiso?” e io prego Dio che le ragazze che cascano ai tuoi piedi dopo una frase del genere quantomeno non possano moltiplicare il proprio DNA.

Seconda cosa, che poi è il ragionamento che ho fatto oggi:

se scrivi una canzone in cui ci racconti quanto sei latin lover, DEVI essere figo. Ma FIGO, no coi denti storti o de féro, no con la barba da rabbino, no con la pelata, ma nemmeno bastano i muscoli, se poi sembri un mio amico hipster di Torino ingrassato e nero. No che piaci solo a qualcuna, se sei figo sei figo e bom.

Carissimi, sul serio, noi che ascoltiamo le vostre canzoni e siamo sognanti e aperti a nuove immagini mentali NECESSITIAMO di crederci, al fatto che non passate minuto senza sudare in un letto con qualche donzella arrapata, ma non perchè (parlo per me) non vediamo l’ora di sentirvi parlare delle vostre abitudini sessuali, ma perchè (parlo sempre per me) ci sentiamo a disagio ad ascoltare acrobazie riproduttive immaginando la vostra faccia.

Ci credo che poi abbiamo bisogno del femminismo: andate in giro a dire che il genere femminile non vede l’ora di copulare con voi, quando nessuna teoria evoluzionista potrebbe sostenere un’astrazione del genere.

Da quando un cesso che dice in giro di farsi mille ragazze ha smesso di essere un buffone delle medie ed è diventato potenziale disco di platino?

L’insostenibile desiderio di fare no con la testa

La vecchiaia di ogni persona (secondo recenti statistiche -mie-) porta con sè l’abitudine di guardare fuori dalla finestra.

Precisiamo che questo tipo di ‘guardare’ non è lo stesso desiderio di apertura al mondo che può interessare un bambino o un adolescente o un universitario che maledice l’esame imminente e la giornata  di sole: questo guardare è più un desiderio irrefrenabile di sapere cosa fa il tizio qui di fianco.

Uno dice: beh, meno male che c’è facebook che mi pare che è un sinonimo di social networc e mi faccio i fatti degli altri da lì; e in effetti il meccanismo è più o meno lo stesso.

Comunque, il vecchio on progress si interessa al mondo esterno in un modo molto personale: pone tra sè e il giardino del vicino 2 tipi di barriere: una è fisica, il vetro della finestra, con annessa (fondamentale) tendina stile ‘mantello dell’invisibilità’, e va bene, e l’altra è più psicologica, e sul dizionario ho scoperto che si chiama pregiudizio.

Ora, senza stare ad analizzare troppo, per me pregiudizio significa che io arrivo a guardare e in realtà ho già deciso cosa pensare del mio vicino: questo potrebbe uscire di casa per fare beneficenza ai bambini malati di cancro, il praticante anziano potrebbe tirar fuori qualcosa del tipo “Eh lo so io a quello lì come piacciono i bambini”, o cose del genere. In ogni caso il nostro amico portatore sano di cellule cerebrali in disuso, a partire da qualsiasi argomento, troverebbe sicuramente un modo per iniziare una frase con “eh sì ma  quello lì..”.

Quello che c’è di davvero magnifico in questo soggetto sociale evidentemente privo di passatempi è l’assoluta certezza della ragione che si porta dietro, è la palese solidità di qualsiasi teoria esca dalla sua bocca, è la per niente velata generosità con la quale il nostro Martin Luther King elargisce perle di saggezza gratuite.

è la nonchalance con cui salta a piè pari tutte le abitudini che si porta dietro lui, tutti  gli esempi che potrebbe tirar fuori il suo vicino guardando dentro la sua, di casa, anzi, magari in questo momento l’anziano dirimpettaio sta proprio facendo di no con la testa mentre sbircia coperto dall’infallibile tendina della finestra.

E così il nostro paladino del comportamento socialmente accettabile si dà soddisfatte pacche sulle spalle mentre guarda attraverso le sue 2 barriere i comportamenti del tizio di fianco, senza accorgersi che nel momento in cui sta guardando fuori dà le spalle a quello che succede dentro casa sua.

In cerca d’autore

Recitiamo tutti una parte.

Ma non perchè lo dico io, ci sono fiori di studi su sta roba.

Quando cresciamo, quando iniziamo a capire come funziona, quando impariamo a leggere e scrivere, quando vediamo la prima puntata del primo di una lunga serie di telefilm, ci accorgiamo che forse è il caso di inventarci un ruolo da interpretare un casino bene, se vogliamo sopravvivere in questa giungla in cui il più forte vince, e le gazzelle si svegliano presto e corrono, ed è tutto una merda nel ghetto, bro.

Insomma, lo capiamo all’asilo che c’è qualcosa che non va.
Che per essere noi stessi abbiamo bisogno di una base abbastanza solida di battute, tempi teatrali coi controcazzi, soggetto originale e ricchi premi e cotillonz.

Perchè col poco che abbiamo da offrire noi non si va  da nessuna parte.

Quindi col tempo e l’aiuto di tutti i telefilm che ci puppiamo da quando iniziano a crescerci i peli addosso, ci scegliamo un’identità e tentiamo di affinarla al meglio.

Ora, tutto fila liscio quando le battute sono giuste, quando abbiamo sempre qualcosa da dire, quando non arriva il regista a sbatterci il copione in testa suggerendo attività ludiche di dubbio gusto a nostra madre, eccetera.

Perchè riusciamo ad essere simpatici, misteriosi, geniali, cinici, estroversi o qualsiasi altro aggettivo da the club in quasi tutte le occasioni.

Il problema è che ogni tanto dobbiamo mollarli sti panni da protagonista di Dawson’s Creek, riprenderci un attimo, e renderci conto che abbiamo davanti qualcuno che magari in quel momento non sta neanche fingendo, sta male e basta.

E allora un bravo sceneggiatore poserebbe la penna, o chiuderebbe il suo costosissimo macbook pro, e lascerebbe che i personaggi se la giochino tra loro.

Perchè ogni tanto non c’è niente che puoi dire o fare per migliorare la situazione, e perchè nessuno sceneggiatore ha la battuta giusta per qualsiasi momento, e perchè proprio in quel momento tu che sei il protagonista della tua vita, che è un libro e le pagine non puoi andare indietro perchè io vivo la vita come se scrivessi su un foglio bianco <inserisci qualsiasi metafora stile fabio bolo sulla vita e sui libri>, dicevo, in quel momento, quando l’altro personaggio in scena smette di essere il sè stesso che si è costruito, e si lascia i suoi 10 minuti di pausa caffè, quando non si ricorda la battuta e si ritrova di fronte al pubblico in disappunto e spera che sia il solito sogno e controlla se è in mutande, in quel momento tu devi farti un esame di coscienza, vedere il tuo copione vuoto, e prendere la difficilissima decisione di non rompere i coglioni.