In cerca d’autore

Recitiamo tutti una parte.

Ma non perchè lo dico io, ci sono fiori di studi su sta roba.

Quando cresciamo, quando iniziamo a capire come funziona, quando impariamo a leggere e scrivere, quando vediamo la prima puntata del primo di una lunga serie di telefilm, ci accorgiamo che forse è il caso di inventarci un ruolo da interpretare un casino bene, se vogliamo sopravvivere in questa giungla in cui il più forte vince, e le gazzelle si svegliano presto e corrono, ed è tutto una merda nel ghetto, bro.

Insomma, lo capiamo all’asilo che c’è qualcosa che non va.
Che per essere noi stessi abbiamo bisogno di una base abbastanza solida di battute, tempi teatrali coi controcazzi, soggetto originale e ricchi premi e cotillonz.

Perchè col poco che abbiamo da offrire noi non si va  da nessuna parte.

Quindi col tempo e l’aiuto di tutti i telefilm che ci puppiamo da quando iniziano a crescerci i peli addosso, ci scegliamo un’identità e tentiamo di affinarla al meglio.

Ora, tutto fila liscio quando le battute sono giuste, quando abbiamo sempre qualcosa da dire, quando non arriva il regista a sbatterci il copione in testa suggerendo attività ludiche di dubbio gusto a nostra madre, eccetera.

Perchè riusciamo ad essere simpatici, misteriosi, geniali, cinici, estroversi o qualsiasi altro aggettivo da the club in quasi tutte le occasioni.

Il problema è che ogni tanto dobbiamo mollarli sti panni da protagonista di Dawson’s Creek, riprenderci un attimo, e renderci conto che abbiamo davanti qualcuno che magari in quel momento non sta neanche fingendo, sta male e basta.

E allora un bravo sceneggiatore poserebbe la penna, o chiuderebbe il suo costosissimo macbook pro, e lascerebbe che i personaggi se la giochino tra loro.

Perchè ogni tanto non c’è niente che puoi dire o fare per migliorare la situazione, e perchè nessuno sceneggiatore ha la battuta giusta per qualsiasi momento, e perchè proprio in quel momento tu che sei il protagonista della tua vita, che è un libro e le pagine non puoi andare indietro perchè io vivo la vita come se scrivessi su un foglio bianco <inserisci qualsiasi metafora stile fabio bolo sulla vita e sui libri>, dicevo, in quel momento, quando l’altro personaggio in scena smette di essere il sè stesso che si è costruito, e si lascia i suoi 10 minuti di pausa caffè, quando non si ricorda la battuta e si ritrova di fronte al pubblico in disappunto e spera che sia il solito sogno e controlla se è in mutande, in quel momento tu devi farti un esame di coscienza, vedere il tuo copione vuoto, e prendere la difficilissima decisione di non rompere i coglioni.

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